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5 agosto 2013 1 05 /08 /agosto /2013 20:56

Oggi...... prosegue....scrivete voi la storia 

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12 novembre 2009 4 12 /11 /novembre /2009 09:43
Caro compagno.......
lo so che non vuoi che sia detto il tuo nome, un po' per pudore, un po' perché sei come tanti... il compagno che pare che non c'è ma altro se c'è!.
Sei come tutti quelli che pare che non ci sono ma eccome se ci sono! anonimi nel silenzio, di cui si sa solo quando gli accade un avvenimento "straordinario" che diventa un fatto di cronaca prima e poi..politico.
Sei come tutti quelli che pare che non si sono ma altro se ci sono, con una cosa in più, che sei un compagno, un comunista, tu ci tieni a dirlo forte, e quando mi saluti a pugno chiuso, so che non è retorica quella, la tua.
Ora questo fatto di essere comunista non è che ti aiuta nella tua situazione difficile, anzi ti carica di sensi di colpa di più, ti senti quello che non è stato capace di essere comunista coerente, compagno fino in fondo per i suoi errori per le sue "colpe".
Intanto i tuoi errori le tue cadute e ricadute incomincia a pensare che non sono solo tue, e questo non lo dico per toglierti le tue responsabilità., ma solo per dire che se errori, cadute e ricadute ci sono ci sono perché purtroppo ora non si sta più in quella ottica di condivisione che dovrebbe essere la nostra ragione vera di essere, in quella compagnitudine in cui ognuno da forza all'altro, una volta con un bacio una carezza, una volta con uno sganassone ben assestato.
E' la solitudine che porta agli errori, alle cadute e alle ricadute, in diverse forme, in diversi modi, quelle più leggere, quelle più pesanti, quelle pure che magari rischi di lasciarci la chiorba.
E chi non fa errori, cadute e ricadute?
Tutti! c'è magari chi come me si illude che errori, cadute e ricadute rafforzino, beh ognuno si trova l'alibi suo!, ma poi quando vai a fare il bilancio senza alibi di sorta, ti accorgi che ogni errore, caduta e ricaduta, e quanto ti ha segnato, ti ha ferito, quanto ti ha tolto di VITA.
No il discorso è la colpa è del sistema e dei rapporti di produzione e di.....non mi va di farlo perché ci sono degli ambiti più profondi, in cui poi si sedimentato queste forme strutturali e sovrastrutturali, e io ora voglio solo farti sapere come ti sono vicina col cuore.
Questo perché so che stai passando in un momento difficile, drammatico assai, e ciò che veramente conta ora, è che tu non ti senta solo, randagio, almeno sentiti randagio fra i randagi.
E noi compagni parloni e parlatori diamo per scontato che ci sia il compagno che pare che non c'è ma altro se c'è!
E' il compagno che sta all'angolo un tempo col ciclostile, ora col pc a mandare avanti un sito, è quello che procura la carta per i volantini, è quello che sempre al volantinaggio, ad attaccare manifesti ci sta,
è quello che è sempre pronto per questa o quella iniziativa in mezzo agli altri: è dato per scontato ed è dato per scontato pure che gli altri compagni gli danno buca; è quello che è sempre pronto a farti un piacere, non di soldi, di soldi non ce ne sono, ma è sempre pronto a darti una mano per qualsiasi cosa.
Senza il compagno che pare che non c'è, ma altro se c'è! tutti noi compagni parloni e parlatori non conteremmo nulla, ma proprio nulla.
Questo devi capire compagno che tu sei importante come gli altri, di più pure perché sei più vicino a tutti quelli che pare che non si sono ma altro se ci sono!
E proprio per questo conosci la vita, le cose più di noi compagni parloni e parlatori.
Come al solito ho fatto la sfacciata e mi sono permessa una grossa scorrettezza : ho parlato io per te, una di più una di meno, di scorrettezza, per una come me che vuoi che sia?
L'ho fatto per farti capire che ti siamo vicini, che siamo sempre dalla tua parte, che non sei solo e che se hai bisogno di aiuto noi faremo quello che possiamo per te. L'ho fatto perché so che tu non avresti parlato mai di te.
....noi siamo qui, ci siamo sempre con i nostri errori, le nostre cadute le nostre ricadute, ci siamo, come ci siamo per tutti quelli che soffrono con i nostri errori le nostre cadute le nostre ricadute.
NOI SEI SOLO.
un abbraccio
vittoria
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6 novembre 2009 5 06 /11 /novembre /2009 13:03

PAVIA. I detenuti di Torre del Gallo lanciano la loro accusa: la tragedia di Sami Mbarka Ben Garci, il tunisino che si è lasciato morire di fame in cella, «si poteva evitare benissimo». Lo scrivono in una lettera al legale del nordafricano e fanno riferimento a un altro caso. All’avvocato Aldo Egidi di Milano, i detenuti della prima sezione del carcere scrivono di avere assistito alla «lunga agonia del suo povero cliente, una morte lenta e umiliante». Descrivono Sami come «un prigioniero in un campo di concentramento» e aggiungono che «il suo povero cliente è stato lasciato morire sotto gli occhi di tutti noi». Parole pesanti, che vengono respinte dalla direzione del carcere. Sami, secondo alcune testimonianze, avrebbe sofferto in particolar modo per l’accusa di violenza sessuale, che ha sempre respinto, ma che lo ha portato a dover vivere in una situazione “protetta”, isolato dagli altri detenuti e messo a condividere la cella con un compagno condannato sempre per reati a sfondo sessuale. In una lettera indirizzata alla fidanzata, il 27 agosto, Sami scriveva: «Io sto muorendo, sono dimagrito troppo» e ancora «ti dico che mi dispiace io lo sciopero non lo tolgo. Di questa vita non me ne frega niente». Tornando alla lettera spedita all’avvocato Egidi, i detenuti della prima sezione (che alla notizia del decesso hanno protestato battendo le stoviglie contro le sbarre) si offrono di fornire la loro testimonianza. E fanno riferimento a un altro caso. Quello di Luca Campanale, un ventottenne che si è impiccato a San Vittore lo scorso 12 agosto. La vicenda del ragazzo è riassunta in un’interrogazione che la senatrice radicale Donatella Poretti ha rivolto al ministro della Giustizia, Angelino Alfano.
Il giovane in questione avrebbe avuto una pesante invalidità psichica dopo un incidente stradale verificatosi quando aveva 17 anni. In seguito, anche a causa dell’abuso di alcol e cocaina, il giovane commise alcune rapine. I giudici gli riconobbero solo un vizio parziale di mente, condannandolo a due anni di reclusione. Nel giugno 2009, Luca Campanale fu portato nel carcere di Torre del Gallo, dove rimase sino al 30 luglio. Il padre, Michele Campanale, contattò più volte le direzioni sanitarie degli istituti di pena, manifestando il timore che il giovane potesse farsi del male. In particolare, in una lettera indirizzata il 20 giugno alla direzione sanitaria di Torre del Gallo, si parla di “graffi ripetuti” notati sul collo del giovane e di una sua lettera “delirante” all’avvocato. Il 12 agosto, Luca Campanale si è impiccato in cella a San Vittore.

"La Provincia pavese", 16 settembre 2009

 

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28 ottobre 2009 3 28 /10 /ottobre /2009 12:51

Compra donna del Mozambico e la violenta per otto mesi. Condannato

15:39 CRONACA Cinque anni di reclusione per Agostino Ardigò, il pensionato 58enne che ha segregato la donna, costringendola a prostituirsi. Nel novembre del'anno scorso la fuga, e la denuncia

Bestia feroce??????????

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22 ottobre 2009 4 22 /10 /ottobre /2009 09:05

Dal giorno in cui Pippo Baudo lo ha intervistato sulla censura e poi, al montaggio, ha tagliato le battute più caustiche, Daniele Luttazzi concede interviste solo con domande e risposte scritte. «Non mi piace essere riassunto con parole altrui» dice. Lo dice al telefono, quindi non dovrei scriverlo. Lo scrivo perché le domande di questa intervista devono essere ridondanti e prolisse come il programma dell’Unione del 2006. Così, se c’è qualcosa da tagliare si possono tagliare le domande invece delle risposte. Lo so che suona marzulliano: «Si faccia una domanda e si dia una risposta ». Troppo comodo, sono capaci tutti. Sì,maLuttazzi è l’unico capace di farsi domande scomode e darsi risposte scomode. Quindi, via così. Dinuovoin teatrocon«Va’dovetiporta il clito» (dopo Roma va a Milano, Firenze, Napoli, Genova. Calendario su www.danieleluttazzi.it), romanzo del 1994 e spettacolo del 1995 che le è costato una duplice causa per plagio da Susanna Tamaro. I giudici hanno dato torto alla scrittrice: «il libro incriminato era una parodia», hanno detto. Una parodia del sentimentalismo e dei valori sbandierati con troppa ipocrisia.

Perché «Va’ dove ti porta il clito» è ancora attuale?
«Quel mondo di valori decrepiti è diventato programma di governo e incubo esistenziale per molti.Eda allora si sono moltiplicate le cause civili contro chi fa satira e informazione. È istruttivo vedere come le premesse culturali della attuale deriva fascistoide fossero tutte riassunte nel libercolo parodiato.Nona caso l’autrice oggi scrive su Famiglia cristiana. Chi si identificava in quel libro, poi votava in un certo modo. Ecco perché andava demolito con una parodia come dico io: profetica e ancora attualissima».

Il Parlamento ha limitato la procreazione assistita e la diffusione della pillola del giorno dopo, negato i Pacs e respinto la legge contro l’omofobia. Siamo un paese sessuofobico? Colpa della società o di chi la governa?
«Controllando il sesso si controllano le persone. Lo spiegava Foucault 40 anni fa».

Siamo anche un paese retto da un premier che scende in piazza per il Family Day e si fa fotografare per mano alla moglie ma poi frequenta prostitute e sedicenti ragazze immagine che vengono candidate nelle liste legate alsuo partito e ricompensate con denaro, gioielli e immobili. O è solo gossip, come sostiene il direttore del Tg1?
«Portare a letto donne promettendo incarichi pubblici è un reato grave, specie per un sedicente Presidente del consiglio. Buttarla sul gossip è banalizzare la questione. Il massimol’hanno raggiunto i maggiordomi come Carlo Rossella, che si è spinto a ridefinire il concetto di “minorenne”: è un salto di qualità perfino per un bieco propagandista della guerra criminale in Iraq come lui».

Perché ci si indigna di più per i rapporti sessuali di Berlusconi che per i suoi legami con la mafia?
«La domanda andrebbe girata ai giornali cattolici: dopo avergli tirato la volata elettorale per anni, si sono messi a fargli la morale per vicende sessuali. Questo capita, in un mondo di beghine e colli torti».

Luttazzi, sulla sua testa pende ancora l’editto bulgaro che ha cancellato «Satyricon» per le domande rivolte a Travaglio (Berlusconi, Fininvest, Mediaset e Forza Italia la querelano per diffamazione chiedendo 41 miliardi. Dopo anni di processi, lei vince tutte e quattro le cause perché i fatti raccontati nell’intervista erano veri). Anche La7,dopo 5 puntate,ha cancellatoilsuo «Decameron»senzarispettare il contratto (tranquilli, c’è una causa anche per questo).Da allora le vietano l’accesso in tv. All’estero la satira politicamente scorretta va proprio in tv, e in prima serata. Dove abbiamo sbagliato?
«Un regime si instaura strappo dopo strappo. All’editto bulgaro contro Biagi, Santoro “e quell’altro” tutta la stampa e la società civile dovevano scendere in piazza e protestare duramente. Era il 2002: nessuno si mosse. Il resto è solo una conseguenza. Gli italiani se lo meritano, Berlusconi. Tutti furbissimi».

Mediaset ha trasmesso la canzone su Patrizia D’Addario di Checco Zalone. Secondo lei, perché?
«Perché la canzone, mettendo in burla fatti ormai non più occultabili, ma secondari, distrae dall’arrosto: il caso Mills. Berlusconi, da capo del governo, coprì un suo reato (la corruzione della GdF) con unaltro reato (la corruzione di Mills). Bocciato il lodo Alfano, Berlusconi andrà a processo. La legge è uguale per tutti. Fine del Regno Birbonico».

La fase finale del Berlusconismo è cominciata. Durerà 10 anni?
«Berlusconi è già finito. Il berlusconismo invece è vivissimo, non essendo che l’ennesima espressione dell’eterno fascismo italico. In Italia la Resistenza dev’essere permanente. Troppi colpi di sonno hanno permesso una grave infestazione di pantegane».

Si faccia una domanda cattiva e si dia una risposta.
«Quale bestemmia tirerebbe se fosse un cassintegrato oggi? “PD”».

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20 ottobre 2009 2 20 /10 /ottobre /2009 09:04

Rifiuti
radioattivi: scoperta una nave dei veleni
26 SETTEMBRE 2009

Cosenza.
Fino a ieri si trattava solo di supposizioni. Di storie avvolte da un
alone di mistero, più somiglianti a una leggenda urbana che alla
realtà. Oggi, grazie al lavoro svolto dal procuratore di Paola Bruno
Giordano, la situazione potrebbe capovolgersi e la verità forse
riaffiorare dalle profondità dei fondali marini dove era precipitata
negli anni Ottanta e Novanta, insieme al suo carico di morte.

Ad
aprire nuovi scenari nelle inchieste sulle cosiddette “navi a perdere”
– navi carretta che giacerebbero nei fondali del Mediterraneo - la
scoperta di un relitto al largo della costa di Cetraro, nel Tirreno
Cosentino. In uno di quei tratti di mare su cui si era concentrata l’
attenzione degli investigatori nel 2007, quando un notevole
quantitativo di metalli pesanti era stato rilevato nel pescato.
I nuovi
elementi emersi in questi giorni non sono facili da gestire, ha
commentato lo stesso procuratore Giordano, perché il sospetto è che il
mercantile rintracciato dalle apparecchiature dell’Arpacal – l’agenzia
ambientale della Regione - sia il Cunsky. L’imbarcazione di cui aveva
parlato il pentito di ‘Ndrangheta Francesco Fonti, spiegando che fu
fatta affondare nel 1992 con a bordo 120 fusti contenenti scorie
radioattive secondo un accordo siglato tra la cosca capeggiata da
Franco Muto, le ‘ndrine della locride e oscuri faccendieri.
A rendere
plausibile l’ipotesi, un profondo squarcio nella prua da cui
fuoriescono due fusti schiacciati, almeno per come rilevato dal robot
sottomarino della Copernaut Franca di Vibo Valentia, messo a
disposizione dalla Regione Calabria e calato a 483 metri di profondità.
Uno squarcio che risulterebbe compatibile con il racconto del
collaboratore di giustizia secondo il quale l’imbarcazione affondò in
seguito allo scoppio di un esplosivo che fu fatto brillare proprio a
prua.
Per il momento decifrare il nome dell’imbarcazione, lunga circa
100 metri e costruita sicuramente dopo la seconda guerra mondiale, è
impresa impossibile e unico elemento certo è che il relitto non figura
in nessuna carta nautica e che quindi mai prima d’ora era stato
segnalato. L’imbarcazione, spiega Giordano, risale “agli anni ’60 o ’70
e il suo ritrovamento “costituisce un grosso successo per tutti perché
comincia a squarciarsi un velo”. E questo è “un forte punto di
partenza”.

Rifiuti tossici: il grande business delle ‘ndrine

Francesco Fonti – ex trafficante di stupefacenti, ex uomo d’onore di
San Luca, pentito dal 1995 - è stato il primo a parlare delle navi a
perdere che venivano affondate con la dinamite. E da subito ha definito
i rifiuti tossici il grande business della ‘Ndrangheta, cosa che il
procuratore aggiunto della Dna Vincenzo Macrì oggi conferma: “Dov’è la
sorpresa?” – si chiede -. Che la mafia calabrese si è sempre occupata
di rifiuti speciali con i quali si è arricchita e internazionalizzata
“lo sappiamo da anni”. Anche se nei casi citati da Fonti, come in
altri, difficile è trovare i siti in cui i rifiuti sono stati nascosti
perché finora “nessun collaboratore di giustizia li ha mai saputi
indicare con precisione”. “Forse – continua Macrì - se il rinvenimento
di ieri viene confermato per quello che è, siamo davanti ad una prima
volta, molto importante. Una scoperta fondamentale per ricostruire il
passato”. Quello su cui molti magistrati, prima del pm Giordano,
avevano già indagato sin dal 1994, sfiorando anche l’omicidio in
Somalia della giornalista di Rai3 Ilaria Alpi e dell’operatore Miran
Hrovatin.
Indagini che non erano approdate a nulla perché mancava la
prova regina: quella nave affondata di cui Francesco Fonti avrebbe
iniziato a parlare nel 2006.

Fonti rivela: forse una trentina le
imbarcazioni affondate

Ora ad inquietare sono però le altre
dichiarazioni del collaboratore. Il quale ha raccontato di essere a
conoscenza diretta dell’affondamento di altre due navi e indiretta di
una trentina di imbarcazioni fatte sparire al largo delle coste
calabresi.

Dove potrebbero essere quei relitti se lo chiedono in
tanti e tra questi l’assessore regionale all'Ambiente Silvio Greco che
si rivolge allo Stato chiedendo “che vengano messi in campo tutti i
mezzi necessari ad assicurare la difesa della salute dei cittadini
calabresi e dell´ecosistema marino”.
Anche se per alcuni di loro è già
troppo tardi visto l’aumento di casi di tumore attorno al torrente
Oliva, nel comune di Serra d’Aiello dove potrebbero essere finiti i
veleni caricati su un’altra nave a perdere utilizzata dai trafficanti
di rifiuti: la Jolly Rosso. Anche su questo è intervenuto il pm
Giordano. “Sono molto preoccupato per quella radioattività che
l'Arpacal e i Vigili del Fuoco hanno rilevato con i loro strumenti
nella cava vicino al torrente Oliva”, ha dichiarato, ma finora, da Roma
non si è ancora mosso nessuno. Il procuratore di Paola in riferimento
alle ultime scoperte ha proseguito: "Se manca la collaborazione esterna
siamo perduti". "Noi partiamo da un dato oggettivo: quella ritrovata è
una nave clandestina che ufficialmente non è mai naufragata. l'ipotesi
concreta è che sia stata fatta affondare per farla sparire insieme al
suo carico. Il resto è affidato alla collaborazione dello Stato. Se
questo non avviene il problema sarà di difficile soluzione".
Attualmente la procura di Paola dispone di soli due magistrati, uno dei
quali sarà trasferito a giorni alla Procura generale di Catanzaro
mentre al suo posto subentrerà un magistrato che non ha mai fatto il
pm. E al problema dell’organico se ne aggiunge un altro: se a bordo
della nave sarà riscontrata la presenza di materiale radioattivo "sarà
necessario utilizzare attrezzature particolari che certamente noi non
abbiamo. Ci vorrà tempo e soldi. Noi andiamo avanti con la politica dei
piccoli passi. Staremo a vedere".

(Monica Centofante, "Antimafia
Duemila", 13 settembre 2009)

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news

Caso
Alpi: sottratti 11 fascicoli e perso il certificato di morte. Esclusiva
dell'Espresso.
10 APRILE 2008

Queste le novità sull'omicidio della
giornalista del Tg 3 Ilaria Alpi e dell'operatore televisivo Miran
Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994, riportate nella nota
che Francesco Neri, sostituto procuratore generale di Reggio Calabria,
ha inviato lo scorso 31 gennaio al suo procuratore generale Giovanni
Marletta. Lo rivela l'inchiesta di Riccardo Bocca su «L'Espresso», in
edicola domani, dedicata alle dieci pagine di documenti sulle
principali indagini di Neri sul caso Alpi. Neri scrive inoltre che è
stato «violato il plico sigillato e custodito nell'archivio della
Procura di Reggio Calabria»: quello, secondo «L'Espresso», «dove erano
protetti i documenti scoperti da Natale De Grazia, il capitano di
corvetta, morto in circostanze dubbie» e che, secondo Neri, «aveva
rinvenuto copia del certificato di morte di Ilaria Alpi» a casa di un
faccendiere, investigato per traffici di rifiuti radioattivi. In
particolare, scrive Neri, il plico appare «danneggiato da un lato», e
sono «scomparsi i documenti di ben 11 carpette numerate delle 21
rinvenute». Secondo Neri, inoltre, «la missiva di trasmissione degli
atti alla procura di Roma non si trovava agli atti, e la matrice
dell'assicurata che poteva provare la trasmissione degli atti al pm
della Procura di Roma, concernenti il traffico di rifiuti verso la
Somalia, con annesso il certificato di morte della giornalista,
appariva manomessa: corretta e riferita a un numero di protocollo in
'entratà e non in 'uscità». Per il settimanale «tutto questo rafforza
il sospetto che la giornalista e il suo operatore siano stati uccisi
per le informazioni acquisite sul flusso dei rifiuti tossici in
Somalia».

Neri, infatti, ha sempre confermato il ritrovamento del
certificato di morte di Ilaria Alpi nell'abitazione di Giorgio Comerio,
che «è il creatore della holding Oceanic disposal management -spiega
Neri- che sfruttando il progetto elaborato dall'Euratom per conto della
Cee, prevedeva la messa in custodia di rifiuti radioattivi delle
centrali nucleari in appositi contenitori, che a loro volta venivano
inglobati in siluri d'acciaio e lasciati cadere per forza inerziale nei
fondali marini sabbiosi e argillosi». Per «L'Espresso» «nelle indagini
sono comparsi i nomi di Stati e trafficanti coinvolti nella presunta
operazione affonda scorie. Materiale archiviato dalla Direzione
distrettuale antimafia di Reggio Calabria per il mancato ritrovamento
dei rifiuti sparati nei fondali marini. Apertissima, invece, è rimasta
la questione del certificato di morte della giornalista. Nel 2005,
l'allora presidente della Commissione parlamentare Alpi, Carlo
Taormina, ha interrogato Neri su questo punto. E lo ha denunciato per
falsa testimonianza, perchè i suoi consulenti non hanno trovato quel
certificato nell'archivio della Procura di Reggio Calabria».

«Taormina -spiega Neri- mi aveva fatto prestare giuramento in
violazione del regolamento interno della Commissione, mentre il
sottoscritto da pm doveva essere sentito solo 'liberamentè». Quanto al
certificato di morte, Neri indica la violazione delle carte di De
Grazia, precisando che «vi è relazione documentata e riservata presso
questo ufficio del 19 novembre 2006» e la manomissione della matrice
che testimoniava l'invio del certificato alla Procura di Roma. «Fatti
gravissimi che richiedono un approfondimento di magistrati e
istituzioni -affermano Luciana e Giorgio Alpi, genitori della
giornalista assassinata- Chi ha avuto accesso a quella preziosa
documentazione? E chi ancora trama per nascondere la verità? Aspettiamo
risposte, in attesa di una nuova Commissione parlamentare
d'inchiesta».

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inquadramento storico:

L'OMICIDIO DI ILARIA ALPI E MIRAN HROVATIN

Francesco "baro" Barilli
Fonte: http://www.ecomancina.com/ilariaalpi1.
htm
24 settembre 2003

(n.d.a.: l'articolo è precedente l'inizio dei
lavori della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, presieduta dall'on. Taormina. I contenuti
dell'articolo, conseguentemente, prescindono dalle conclusioni di tale
Commissione).

20 marzo 1994. L'Italia sta vivendo ancora il "ciclone
tangentopoli". Già da un paio d'anni le cronache denunciano un sistema
"sotterraneo" (ma non troppo...) che inquina la vita politica ed
economica italiana. Il Paese ha seguito quelle cronache con vivo
interesse, scoprendosi indignato di fronte alla realtà di un apparato
politco-burocratico che vive e prospera fuori dalla legalità. Ma quel
giorno l'Italia è scossa da un altro avvenimento, solo apparentemente
legato alla semplice cronaca nera: la giornalista del TG3 ILARIA ALPI e
l'operatore MIRAN HROVATIN vengono uccisi a Mogadiscio, in Somalia.

Perché ho deciso di accostare due argomenti così distinti in apparenza,
come tangentopoli ed il duplice omicidio di Mogadiscio? Perché in
realtà anni di indagini e di ricerche (dovute soprattutto al coraggio
dei genitori di Ilaria e alla professionalità di alcuni giornalisti)
hanno dimostrato che l'omicidio Alpi/Hrovatin maturò in uno scenario
sinistramente vicino a quello di tangentopoli. Ma su questo parallelo
torneremo più avanti; per ora vediamo di ricostruire i fatti.

***

L'AGGUATO

Già i primi "lanci" ANSA furono chiari su quanto avvenuto a
Mogadiscio: un agguato in piena regola. Un commando di 7 persone armate
a bordo di una Land Rover seguì, sorpassò e bloccò l'auto con a bordo i
due giornalisti italiani (accompagnati da un uomo di scorta e da un
autista). L'uomo di scorta e l'autista riuscirono a scendere e ad
allontanarsi; Ilaria e Miran furono freddati da due colpi sparati a
distanza ravvicinata (nel caso di Ilaria quasi a contatto), entrambi al
capo. L'agguato avvenne poco distante dall'Hotel dove i due giornalisti
erano diretti. Ricordiamo che proprio per quei giorni era previsto il
ritorno in Patria del contingente italiano impegnato nella missione di
pace "Restore Hope" in Somalia: da lì a pochi giorni anche la Alpi e
Hrovatin avrebbero lasciato la Somalia.
Per una volta sembra che
proprio la prima ricostruzione sia quella più aderente alla realtà e
che, conseguentemente, la speranza di vedere individuati i colpevoli
sia concreta: abbiamo un gruppo di uomini armati appostati nell'attesa
dell'auto con i due giornalisti; un inseguimento; un'aggressione mirata
(ripeto che le persone che accompagnavano i due giornalisti scendono
illese); non esistono prove di furti o altro che sottendessero l'azione
criminale; al momento dell'omicidio pressochè tutto il contingente
militare italiano era già imbarcato sulla nave "Garibaldi" in vista del
ritorno in Italia, ed anche questo fa pensare ad un'accuratezza nella
scelta dei tempi dell'agguato. Si tratta di un'esecuzione in piena
regola, insomma, eseguita con dispendio di uomini e mezzi... E ogni
esecuzione ha, di norma, dei mandanti... Ma nonostante questa iniziale
chiarezza la vicenda del duplice omicidio sarà destinata ad essere
inquinata dalle solite "stranezze" tutte italiane, compresi i soliti
tentativi di depistaggio, silenzi, errori ed omissioni.
Si arriverà
alle ipotesi più disparate: un tentativo di rapimento o di rapina
finito in tragedia; oppure un atto di ostilità anti-italiano (o anti
occidentale) da parte di fondamentalisti islamici.
Un capitolo a parte
lo merita la cosiddetta "ipotesi Aloi". Questa ipotesi rischia però di
portarci fuori strada, allargando il discorso alle azioni non proprio
edificanti di cui si rese protagonista il contingente militare italiano
in Somalia. La affronterò quindi in seguito, nella parte in cui tenterò
di ricostruire il contesto ambientale della Somalia di quegli anni.

***

I DEPISTAGGI

Ma torniamo ora alle "stranezze" cui accennavo in
precedenza... Queste cominciano subito dopo l'omicidio: il 22 marzo
vengono consegnati ai genitori di Ilaria gli effetti personali della
figlia, ma la borsa e la valigia di Ilaria non presentano tracce di
sigilli, come avrebbe dovuto essere naturale. In quel momento i coniugi
Alpi non possono avere la certezza che qualcosa sia stato prelevato da
quei bagagli (o che qualcuno possa averli manipolati DOPO la loro
sigillatura), ma già pochi giorni più tardi, consultando i colleghi di
Ilaria che avevano ricomposto gli effetti personali, quella certezza si
materializza: dei 5 block-notes stilati da Ilaria durante la permanenza
in Somalia 3 sono spariti; così pure "spariscono" 2 fogli in cui la
giornalista aveva annotato numeri telefonici, il referto medico e
alcune foto delle salme scattate sulla "Garibaldi", e pure la macchina
fotografica di Ilaria... E tutte queste sparizioni avvengono sull'aereo
che riporta in Italia i corpi dei due giornalisti (quindi in un
contesto che avrebbe dovuto garantire la massima discrezione e
sicurezza). Alcuni di questi documenti non verranno mai rintracciati;
altri verranno consegnati ai coniugi Alpi con mesi di ritardo, a volte
adducendo scuse poco credibili (per usare un eufemismo) per la loro
sparizione: è il caso dei due fogli contenenti i numeri telefonici, che
vennero trattenuti dall'ambasciatore Umberto Plaja e restituiti
all'allora Presidente della RAI Demattè con strascico (dopo altri mesi)
di una lettera del ministro degli Esteri, Antonio Martino, che adduceva
"motivi umanitari" che avrebbero portato alla decisione di trattenere
momentaneamente quei documenti.
Ma questo è solo l'inizio...
Quante
volte ho dovuto usare parole come quelle usate in precedenza (silenzi,
errori ed omissioni), parlando di Ustica o della strage di Bologna, di
Peppino Impastato come di Carlo Giuliani... Devo farlo anche stavolta,
cominciando con il Gen. Carmine Fiore, il quale (probabilmente nel
tentativo di difendere il comportamento proprio ed in generale del
contingente italiano nell'immediatezza del fatto) giunse a fornire, in
una lettera ai coniugi Alpi, una ricostruzione dell'evento non
rispondente a verità e in contraddizione con il contenuto che lo stesso
generale fornì allo Stato Maggiore dell'esercito con relazione del 1°
giugno 94. La questione ebbe anche uno strascico spiacevole: Luciana
Alpi contestò quelle falsità e quelle contraddizioni pubblicamente, ed
il Gen. Fiore querelò la madre di Ilaria, generando così una situazione
a dir poco paradossale: per molti mesi la sig.a Alpi divenne l'unica
indagata (per diffamazione) in relazione all'omicidio della figlia,
mentre ancora restavano senza un nome i protagonisti dell'omicidio. Per
fortuna il tribunale decretò il "non luogo a procedere" in quanto il
fatto non costituiva reato, riconoscendo esplicitamente la non
correttezza delle affermazioni del gen. Fiore.
Ma l'inchiesta arriverà
ad altre "stranezze". Si arriverà persino a parlare di un unico colpo
vagante che avrebbe ucciso sia Hrovatin che Ilaria, con un'ipotesi che
non aveva neppure il pregio dell'originalità (ricordate la teoria della
pallottola impazzita nel caso Kennedy?) e soprattutto cozzava con una
ricostruzione dei fatti che, per una volta, già nell'immediatezza
dell'evento era apparsa chiaramente: un'esecuzione verso un bersaglio
preciso e non una tragica fatalità; un'esecuzione per scopi magari
ancora non del tutto chiari, ma pianificata ed eseguita con freddezza.

La teoria della pallottola unica viene esposta per la prima volta da un
altro Generale (colonnello all'epoca dei fatti), Fulvio Vezzalini, che
presso la Commissione Governativa istituita per i "fatti della Somalia"
esclude la presenza di colpi a bruciapelo, parlando invece di "... un
colpo di Ak che ha colpito la persona che stava sul davanti della
macchina, il cineoperatore, ha trapassato il suo corpo, ha passato il
sedile e ha preso in testa la ragazza che era accucciata dietro".
Parole in contraddizione con l'esame dei corpi effettuato sulla nave
Garibaldi che parlarono chiaramente di due pallottole distinte, una al
capo di Ilaria e una al capo di Miran. Ma i dubbi sulla dinamica e
sulla "storia balistica" dei colpi che uccisero Ilaria e Miran nascono
proprio dalla superficialità delle indagini effettuate
nell'immediatezza dell'evento: sul momento, infatti, venne presa la
singolare decisione di non disporre l'autopsia sul corpo della
giornalista. Questa decisione fu motivata dal fatto che l'esame esterno
sembrava dimostrare già chiaramente che il colpo era stato sparato
quasi a contatto. L'autopsia verrà disposta solo due anni dopo, quando
il PM Giuseppe Pititto subentrerà nell'inchiesta.
Ma anche i soccorsi
portati nell'immediato portano molti dubbi. Nonostante le diverse
affermazioni del gen. Fiore, nessun militare accorre con tempestività
sul posto. I primi soccorsi vengono portati da Giancarlo Marocchino,
italiano ma residente da anni in Somalia, che trasporta le due vittime
con la propria auto al Porto Vecchio. Su Giancarlo Marocchino si è
detto molto e molto si potrebbe dire. E' solo un uomo che ha saputo
galleggiare in acque pericolose per anni, con attività al limite della
legalità? E' solo un personaggio colorito, che ha saputo sopravvivere
(probabilmente a costo di compromessi) tra attività lecite e meno
lecite? La sua presenza nei dintorni dell'omicidio è dovuta a pura
casualità o Marocchino sa (o perlomeno immagina) qualcosa di più?
Difficile rispondere... E neppure le immagini riprese sulla scena del
delitto aiutano a sciogliere i dubbi, portandone forse altri ancora più
inquietanti. Esistono immagini fondamentali di Ilaria e Miran già
colpiti all'interno del fuoristrada; sono state girate da un operatore
dell'americana ABC e da uno della svizzera Italiana. Il primo è stato
ucciso qualche mese dopo in Afghanistan; il secondo qualche anno dopo è
rimasto vittima di un incidente stradale. Forse si tratta di altri due
testimoni che, purtroppo, non potranno più dare il loro apporto nella
ricerca della verità...

***

TRAFFICI LOSCHI

All'inizio di questo
articolo ho tentato un parallelo tra l'omicidio Alpi/Hrovatin e
tangentopoli; un parallelo che può essere sembrato puramente
suggestivo. In realtà l'accostamento è valido anche sotto punti di
vista più pragmatici: forse noi italiani siamo stati abituati a pensare
che il "malvezzo" di tangentopoli fosse tutto confinato ad un giro di
corruzione: appalti pilotati, tangenti ad amministratori locali o a
giudici che dovevano "addomesticare" sentenze, a Finanzieri che
dovevano guardare da un'altra parte... Insomma, un giro di corruzione
sicuramente deprecabile, ma figlio di semplice cupidigia, quando non
figlio dell'esigenza di "muovere" l'economia sottraendola ad intoppi
burocratici e concretizzando guadagni facili e gonfiati. Insomma, poco
più di un gigantesco giro di evasione dalle tasse, dal punto di vista
etico-morale.
In realtà il "cancro-tangentopoli" era molto più
complesso e si nutrì di filoni ben più sporchi e detestabili (anche se
forse meno noti), come finanziamenti ed aiuti ai Paesi del terzo mondo
che si tramutavano in giri di denaro per attività che di "umanitario"
non avevano proprio nulla o in losche "triangolazioni economiche". Ad
esempio traffici di armi verso paesi sottosviluppati che pagavano
quelle armi con l'unica loro risorsa: il proprio territorio, dove
occultare rifiuti tossico-nocivi (a volte anche radioattivi),
nell'assoluto spregio delle normative vigenti e senza alcuna
considerazione per gli effetti sulla salute delle popolazioni locali.
A
questo devo aggiungere una considerazione sulla storia recente del
nostro Paese: i "complotti" in Italia hanno spesso un chiaro tratto
distintivo "tutto nostrano": se nel resto del mondo i complotti vengono
orditi "per fare" qualcosa, in Italia i complotti spesso nascono DOPO,
e sono finalizzati ad intorbidire le acque attorno a qualcosa che E'
GIA' STATO commesso, sviando le indagini dal loro corso naturale. In
questo modo chi vuole arrivare alla verità non deve solo domandarsi chi
avesse motivi per architettare una certa azione, ma pure domandarsi chi
avesse interesse ad indirizzare le indagini in un certo solco. Si deve
insomma risalire tramite le informazioni false e distorte agli
interessi fondamentali che stavano alla base del depistaggio nella
speranza, così facendo, di scoprire pure qualcosa di utile nella
ricerca della verità sul fatto in sè. E' tutto complicato e contorto,
lo so, ma è quanto hanno cercato di fare i genitori di Ilaria ed alcuni
giornalisti che non hanno dimenticato quale dovrebbe essere
l'obbiettivo più alto della propria professione.
La tesi che in Somalia
il traffico d'armi (cosa già di per sé disgustosa) si fosse saldato al
traffico di rifiuti tossico-nocivi e/o radioattivi è esposta con
chiarezza e grande abilità investigativa da tre giornalisti di Famiglia
Cristiana. Si tratta di Barbara Carazzolo, Alberto Chiara e Luciano
Scalettari, che in "Ilaria Alpi, un omicidio al crocevia dei traffici",
edito da Baldini e Castoldi, espongono la loro teoria, realistica ed
avvalorata da anni di verifiche e riscontri.
Nel libro dei tre
giornalisti (e a dire il vero dalla lettura di altri documenti e
testimonianze) questa teoria appare chiara; inevitabilmente nebulosa
nei dettagli quanto ben distinta nei tratti essenziali: esisteva
(esiste?) un'organizzazione criminale internazionale, radicata da anni
fra mafia italiana e somala e faccendieri di diverse nazionalità, che
sfruttava contiguità e connivenze (quando non complicità) con autorità
civili e militari. Questa organizzazione ha intrecciato il complesso
scambio rifiuti-armi-territori; un giro d'affari incredibile al quale
anche Ilaria si stava interessando.
Per la sua ultima inchiesta Ilaria
si era recata a Bosaso. Qui Ilaria aveva intervistato il cosiddetto
sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogor, e si era interessata anche
del caso della nave Farax Omar, una nave "regalata" dalla cooperazione
Italiana alla Somalia, il cui equipaggio era stato in quei giorni
sequestrato da guerriglieri somali nel porto di Bosaso. Di quella nave
risultava intestataria la Shifco di Omar Mugne; ufficialmente era
destinata al commercio del pesce, ma esistono sospetti fondati circa le
reali attività di quella nave e delle altre facenti parti della stessa
compagnia.
Ma forse è venuto il momento di interrompere momentaneamente
la narrazione nel tentativo, tutt'altro che semplice, di descrivere
cosa fosse la Somalia dei primi anni '90 e di costruire (pur con
qualche inevitabile approssimazione) lo scenario entro cui operavano
Ilaria e Miran. In questa fase affronterò pure, per dovere di cronaca,
la succitata "ipotesi Aloi" relativa al caso Alpi.

***

LA SOMALIA
"ANNI 90", IL CONTINGENTE ITALIANO ED IL MARESCIALLO ALOI

Il periodo
dei primi anni '90 in Somalia è contrassegnato da una feroce guerra tra
bande. Le vicende politiche si scrivono con conflitti sanguinosi e la
popolazione civile è ridotta allo stremo dalla lotta tra Aidid e Ali
Mahdi, cui si aggiunge una devastante siccità.
E' in questo frangente
che l'ONU decide di usare proprio la Somalia come una specie di
laboratorio per sperimentare quel ruolo di "salvatore planetario" che
il nuovo ordine mondiale vorrebbe assegnarle già dalla caduta del muro
di Berlino. Le dichiarazioni ONU sono rassicuranti: si tratta solo di
garantire sicurezza per l'arrivo degli aiuti umanitari, di una
"ingerenza limitata", per così dire, negli affari interni somali.
L'Italia si accoda alla missione, forse anche per riscattare un passato
poco limpido in quella regione.
In realtà presto la missione si rivela
più complicata del previsto: gli interessi economici dei "signori della
guerra" sono troppo forti e collegati con attività di certo non
edificanti di aziende e paesi occidentali; il traffico d'armi è ben
lontano dall'essere fermato; gli attriti fra le bande locali
continuano, trascinando nel bagno di sangue i militari della "Restore
Hope". Fra la popolazione civile ed i militari invece che benevolenza e
collaborazione si instaura presto un rapporto di diffidenza che scivola
nell'odio. E a questo si uniscono incomprensioni fra il comando
italiano e quello statunitense.
Si arriva al 2 luglio 93, quando
un'operazione di normale routine e di controllo si trasforma in
un'imboscata per i militari italiani. Il bilancio è pesante: tre
soldati italiani restano uccisi e molti feriti. Secondo il Maresciallo
Aloi (la cui figura affronteremo fra breve) quell'imboscata era dovuta
al già esistente risentimento dei somali verso gli italiani. La
Commissione Governativa d'inchiesta sulla "questione Somalia" giunse
invece a questa conclusione: "... si era cercato di impedire una
preannunciata azione di rastrellamento in una zona in cui forse si
nascondevano qualificati esponenti di parte ABR-GHEDIR (etnia del
generale Aidid). Un'altra causa, poi, potrebbe ricercarsi nella
presenza, nell'operazione degli italiani, di circa quattrocento agenti
di polizia somala di etnia diversa da quella degli abitanti la zona
rastrellata". Ma poco conta che Aloi o la Commissione avessero ragione:
forse l'attacco che gli italiani subirono al check point Pasta non fu
la risposta a precedenti violenze perpetrate ai danni della popolazione
civile locale, ma è probabile che, viceversa, quell'episodio sia stato
la causa scatenante delle successive violenze effettuate per
rappresaglia, trasformando di fatto la missione "di pace" in una
missione "di guerra".

Ed eccoci arrivati al Maresciallo Francesco
Aloi, il militare che, nel 1997, provocò molto "rumore" attorno alla
già conclusa missione italiana in Somalia, aggiungendo la propria
denuncia ad altre già emerse circa abusi e torture su civili somali da
parte di militari italiani. In estrema sintesi le denunce di Aloi si
possono riassumere così: abusi vari nei confronti di civili; traffico
locale di armi (le armi sequestrate ai somali venivano rivendute ad
altre fazioni del posto); diffuso utilizzo di droghe da parte di
militari del contingente; la natura dei succitati incidenti del luglio
93 al check point "Pasta" (a detta di Aloi dovuti, come esposto in
precedenza, alla reazione conseguente diffuse violenze commesse nei
confronti di donne somale); uno stupro in particolare, al quale Aloi
avrebbe assistito assieme ad Ilaria Alpi nel luglio 93, operato da
militari italiani che successivamente avrebbero ordito l'omicidio della
giornalista per metterla a tacere.
Quanto denunciato da Aloi
effettivamente non trovò un riscontro totale, e la Commissione
Governativa d'inchiesta presieduta dall'On. Ettore Gallo, Presidente
emerito della Corte Costituzionale, trattò Aloi alla stregua di un
mitomane o poco più. Liquidare Aloi come un mitomane è però troppo
semplice. Sicuramente commise errori ed esagerazioni, non posso dire se
in buona fede o spinto da spirito di protagonismo e dalla volontà di
gonfiare certi fatti oltre misura. Anche restando al caso Alpi, le
risposte su quanto asserito da Aloi sono molteplici. Mente? Si
confonde? Cerca di "condire" un episodio vero (lo stupro) rafforzandolo
con la presenza della giornalista, e cavalcando così l'ondata emotiva
del successivo omicidio di Ilaria per avvalorare le proprie accuse?
Tutto è possibile, ma sembra effettivamente poco credibile che Ilaria
fosse a conoscenza di un fatto del genere da mesi e non lo avesse
denunciato, neppure parlandone in confidenza a qualche amico-collega.

Di certo Aloi non produce solo chiacchiere: è fra i primi a denunciare
pure vicende legate al traffico d'armi e all'utilizzo, a tale scopo, di
navi donate dalla Cooperazione Italiana alla Somalia. E' pure uno dei
primi ad individuare nel porto di Bosaso (dove Ilaria, ripeto, si era
recata per la sua ultima inchiesta) uno degli snodi per questo
traffico. Potrebbe però trattarsi di notizie apprese per altre vie, e
potrebbe essere che Aloi abbia scelto, per rafforzare le proprie
denunce, di sfruttare una conoscenza magari superficiale con Ilaria
spacciandola per qualcosa di più ("parlavo spesso con Ilaria Alpi, si
può dire che ero entrato in confidenza con lei..."). Questo anche
perché Aloi nutriva qualche "ambizione letteraria" (voleva scrivere un
libro di memorie su quanto visto in Somalia, e la tentazione di
"condire" ciò di cui era effettivamente a conoscenza con qualche
avvenimento ad effetto di cui sapeva solo "per sentito dire" poteva
essere forte). Resta il fatto che, a mio avviso, la figura di Aloi è
marginale alla vicenda e serve, ripeto, solo per inquadrare ancora più
dettagliatamente il contesto tutt'altro che limpido che contrassegnò
l'operato dei militari italiani in Somalia.

***

PROCESSI E
RESPONSABILI

Torniamo ora alla vicenda Alpi-Hrovatin. Abbiamo già
accennato all'attività della Commissione Governativa sul "caso
Somalia". Fra le incombenze della Commissione ci fu l'audizione di
diversi cittadini somali che vennero in Italia per testimoniare le
violenze a loro inflitte da militari italiani. Tra questi c'era Hashi
Omar Hassan, che sosteneva di essere stato incappucciato e legato e poi
gettato in mare, assieme ad altri malcapitati, da militari italiani
(episodio a cui la Commissione non dette credito).
Hashi Omar Assan
diventerà l'unico colpevole accertato dell'omicidio Alpi-Hrovatin, ma
le modalità che conducono alla sua incriminazione lasciano più di un
dubbio. Le accuse a carico di Hashi partono da un certo Ahmed Ali Rage
detto Gelle (che però si renderà irreperibile e non testimonierà in
tribunale) ma in seguito arrivano pure dall'autista di Ilaria, Ali
Abdi.
La posizione dell'autista è quantomeno equivoca, essendosi già
distinto in precedenza per menzogne o perlomeno grossolane
imprecisioni: dopo soli 20 giorni dall'agguato, a due giornalisti
italiani che volevano fotografare la macchina dove erano morti i due
colleghi, ha presentato l'auto con foderine diverse da quelle reali; ha
affermato (mentendo) che i militari erano accorsi sul luogo del
delitto; non è mai riuscito a spiegare perché (nonostante la macchina
non fosse danneggiata), i corpi siano stati trasbordati sull'auto di
Giancarlo Marocchino per i primi soccorsi... Ma soprattutto terrà un
atteggiamento equivoco durante l'interrogatorio nel quale accusò Hashi:
in un primo momento dichiarò di non conoscere nessun componente del
commando; successivamente (dopo una sospensione di due ore e mezza
della sua audizione, dalle ore 20 alle 22 e 30) sosterrà di riconoscere
come uno degli occupanti la Land Rover proprio Hashi, diventandone così
(stante l'irreperibilità di Gelle) l'unico accusatore.
Un balletto di
sentenze tipicamente italiano chiude, per il momento, la posizione di
Hashi: il processo in primo grado si conclude il 20 luglio 1999 con
l'assoluzione (il PM aveva chiesto l'ergastolo). Nel 2000 la sentenza
d'appello rovescia la precedente e condanna Hashi all'ergastolo; in
questa sentenza appare un elemento importante: per la prima volta viene
riconosciuto ufficialmente come possibile movente l'interesse
manifestato dalla Alpi sui traffici di armi e rifiuti. Ma il 10 ottobre
2001 la Corte Suprema di Cassazione, nel confermare l'ergastolo,
rimanda ad un nuovo processo il compito di individuare le ragioni del
duplice delitto. La pena di ergastolo verrà poi ridotta a 26 anni con
sentenza emessa il 26 giugno 2002 dalla Corte d'Assise d'Appello di
Roma. La sentenza è ben lontana dallo scrivere la parola fine sul caso,
limitandosi a riconsiderare e a ridefinire la singola responsabilità di
Hashi Omar Hassan, e lasciando oscuri i motivi che portarono al
delitto.

***

CONCLUSIONI

Ci sarebbero ancora molte cose da dire ed
altri personaggi da presentare. "Strani" uomini d'affari collegati a
esponenti dei servizi segreti; imprenditori nostrani e somali che hanno
intrecciato i loschi traffici di cui abbiamo parlato in precedenza...

Purtroppo lo sviscerare anche i dettagli circa questi personaggi e il
loro coinvolgimento nella vicenda è impossibile per ragioni di spazio.
A chi volesse approfondire la propria conoscenza del caso "Alpi-
Hrovatin" consiglio però la lettura del già citato libro "Ilaria Alpi,
un omicidio al crocevia dei traffici", e di "L'esecuzione" di Giorgio e
Luciana Alpi, Mariangela Gritta Grainer e Maurizio Torrealta, libro
edito dalla Kaos edizioni, che potete anche scaricare dal sito http:
//www.ilariaalpi.it/ , sito che ovviamente consiglio di visitare anche
per ogni altro approfondimento sull'argomento.

Francesco "baro"
Barilli

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VIDEO

intervista ad un ex membro della Gladio sul traffico illegale delle
scorie in Somalia scoperto da Ilaria Alpi.

DA VEDERE

http://www.
youtube.com/watch?v=pc3hMrDVpw4

(Marocchino è un informatore dei
servizi e "imprenditore", ITALIANO, che commerciava appunto scorie in
somalia - e fu il primo ad arrivare sul luogo dell'esecuzione di ilaria
alpi)

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Parla
Giancarlo Marocchino
19 MARZO 2001

SONO INNOCENTE. ECCO PERCHÉ «Non ho
mai trafficato in armi e rifiuti. Questi ultimi, semmai, possono essere
gettati in mare, al largo, dove nessuno vede». Dicono che sia un poco
di buono. È sospettato di aver trafficato armi e rifiuti pericolosi.
Pensano che sia un uomo dei servizi segreti nonostante che il Sismi,
nel giugno scorso, abbia ufficialmente escluso che sia mai stato un suo
confidente. (in realtà l'on. Taormina ha ammesso che era un informatore
nel 2007)
Giancarlo Marocchino ha 56 anni e la pelle cotta dal sole.
Piemontese d'origine (è nato a Borgosesia, in provincia di Vercelli) ma
ligure d'adozione, non ama perdersi in chiacchiere. Aveva promesso:
«Venite, risponderò a tutte le domande che vorrete farmi». È stato di
parola. «Giornalisti, magistrati, parlamentari mi hanno preso di mira.
C'è chi, in Italia e dunque a migliaia di chilometri di distanza,
trancia giudizi senza conoscere nulla della Somalia, un Paese piagato
da un'esasperata frammentazione sociale e politica, una terra in cui
otto anni di guerra civile hanno dettato rigide regole di sopravvivenza
che si faticano a comprendere fuori da qui», dice salutandoci poco dopo
il nostro fortunoso atterraggio (a Mogadiscio Nord chiamano aeroporto
una lunga striscia di terra battuta circondata da dune di sabbia,
dromedari, fuoristrada armati con mitragliatrici pesanti). Lei è
sospettato di trafficare in armi... «Ancora quella storia? Il 29
settembre 1993, in piena missione Onu, gli americani mi arrestarono con
quella precisa accusa. Sono stato espulso da Mogadiscio. Alla fine, lo
stesso Jonathan Howe, comandante di Unosom, ha revocato il
provvedimento nei miei confronti (ecco qui la lettera, datata 18
gennaio 1994) e la Procura della Repubblica di Roma ha chiesto
l'archiviazione, concessa dal Gip il 17 luglio 1995». Ma prima? E dopo?
«No, non ho mai trafficato in armi. La Somalia d'altronde non aveva e
non ha bisogno di importare armi. Fin quando c'era uno Stato, aveva uno
dei migliori eserciti dell'Africa. Allo scoppio della guerra civile gli
arsenali sono stati saccheggiati dalle varie milizie. Altre armi, poi,
sono circolate all'indomani del ritiro dei diversi contingenti Onu.
Vuole comprare un kalashnikov o un bazooka? Solo qui a Mogadiscio lei
può scegliere fra tre differenti mercati». Ha mai trasportato o
interrato rifiuti pericolosi spediti in Somalia in violazione delle
leggi internazionali? «Mai». Lei ha camion, gestisce un porto...«E
allora? Fino alla caduta di Siad Barre vigilava una dogana ferrea.
Liquefattosi lo Stato somalo, la guerra civile ha bloccato il porto di
Mogadiscio e qui, a Huria Port, dove opero, non si possono scaricare
container ma solo merce sfusa». Forse in qualche container che lei ha
trasportato fino al '90 - '91 c'erano rifiuti tossico-nocivi...«Che
cosa ne so io? Arrivavano sigillati. Mi dicevano: porta questi a Garoe,
porta questi altri a Bosaso. Eseguivo. Punto e basta». Secondo
un'ipotesi, i rifiuti sono stati interrati proprio lungo la strada
Garoe-Bosaso o, in quella stessa zona, sono stati buttati dentro a
pozzi non utilizzati... Non diciamo sciocchezze. I pozzi sono stati
costruiti per pompare acqua dal sottosuolo. Hanno tubazioni di 4050
centimetri di diametro. Impossibile buttarci dentro un fusto. Per il
resto, se in Somalia ti metti a scavare una buca, dopo un'ora hai cento
somali che ti chiedono cosa stai facendo; se sotterri qualcosa, passa
mezza giornata e mille somali si accapigliano per tirare fuori quello
che hai cercato di nascondere. Non escluderei che qualcuno scarichi
bidoni pieni di rifiuti in mare, al largo, non visto». L' hanno
accusata di essersi indebitamente appropriato di mezzi di alcune
aziende italiane, come la Salini... L'8 gennaio del 1991 proprio la
Salini, che aveva abbandonato la Somalia per via della guerra civile,
mi ha affidato la custodia temporanea di tutti i suoi mezzi,
incaricandomi di recuperare quelli "presi" da questo o quel clan. Cosa
che io ho fatto, pagando di tasca mia il riscatto dei camion e degli
altri automezzi. Da quel momento ho chiesto alla Salini prima, e ai
diplomatici italiani poi, come dovevo comportarmi, pretendendo
unicamente, questo sì, di vedermi rimborsate le spese sostenute.
Aspetto ancora una risposta». Nel 1993 Franco Oliva, un funzionario del
ministero degli Esteri, ha sollevato dubbi sulla correttezza del suo
operato e poi è stato gravemente ferito in un agguato a Mogadiscio...
«Mi state forse accusando di essere il mandante? Roba da pazzi. Non ho
mai conosciuto Oliva. Quando è stato ferito mi trovavo a Nairobi,
cacciato dagli americani. Ho appreso in seguito che il mattino del 29
ottobre 1993 il dottor Oliva si recò per motivi personali all'aeroporto
internazionale di Mogadiscio, sebbene l'ambasciata italiana avesse
sconsigliato di andare in quella zona, giacché erano stati segnalati
scontri». Conosce Guido Garelli? «Sì. L'ho conosciuto a Milano,
nell'ufficio di Flavio Zaramella, a capo dell'Associazione Italia-
Somalia. Credo fosse il 1992, ero in Italia, evacuato in fretta e furia
dalla Somalia, come tutti gli italiani allora presenti nel Paese.
Garelli si presentò come ammiraglio dell'Autorità territoriale del
Sahara e mi disse che aveva ingenti quantità di cibo che avrebbero
alleviato le sofferenze dei somali, che erano ridotti alla fame. Io gli
consigliai di contattare un'Organizzazione non governativa, Sos
Kinderdorf, con sede a Nairobi. E a Nairobi rividi Garelli nel luglio-
agosto 1992. Poi lui si recò per qualche giorno a Mogadiscio. So che
l'accordo non si concluse, dal momento che Guido Garelli pretendeva un
forte anticipo». Dagli atti della "Commissione parlamentare d'inchiesta
sull'attuazione della politica di cooperazione con i Paesi in via di
sviluppo" risulta che l'archivio del Fondo aiuti italiani, che potrebbe
svelare segreti inconfessabili e inconfessati, sia stato trasportato a
Mogadiscio per un certo periodo. Lei sa qualcosa a questo proposito?
Giancarlo Marocchino lascia passare qualche istante di silenzio. Poi
sorride: «Se mi date un milione di dollari ve lo dò». Subito dopo
precisa: «Ovviamente scherzavo. L'mbasciata è stata saccheggiata. Non
ho nulla, se non il dossier che mi riguarda (poche note, per lo più
biografiche) che un tizio mi diede, facendomelo pagare circa cento
dollari». Ha mai lavorato per il Sismi? «E come no? Ecco le ricevute.
Al Servizio nucleo sicurezza della nostra rappresentanza diplomatica ho
garantito varie forniture, soprattutto di gasolio. Talvolta ho riparato
il generatore. Tutto lì». Ha mai svolto attività di spionaggio? «Spesso
sono stato sollecitato a fornire pareri sulla travagliata situazione
somala da strani "osservatori" di organizzazioni non governative di
varia nazionalità: americane, francesi, e italiane, va da sé. Io a
tutti rispondo nella misura dello stretto indispensabile, per buona
educazione e cortesia. Certe persone si riconoscono lontano un miglio».
Il 20 marzo 1994 è stato il primo a correre sul posto dell'agguato che
è costato la vita a Ilaria Alpi e a Miran Hrovatin. A caldo, in una
dichiarazione resa a una troupe televisiva, disse: «Non è stata una
rapina, si vede che sono stati in certi posti in cui non dovevano
andare». È rimasto della stessa opinione? «Ero scosso. Oggi penso che
volevano rapirli o rapinarli. Il 20 febbraio di quest'anno ho trasmesso
una dettagliata dichiarazione alla Digos di Roma». [continua]
(Famiglia
Cristiana del 29/11/98 parte 2)

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Il Caso
Ilaria Alpi
Cronologia

20 MARZO 1994 - A Mogadiscio, un commando
somalo uccide Ilaria Alpi, inviata del Tg3 Rai, e l'operatore Miran
Hrovatin, in Somalia per seguire la guerra tra fazioni che stava
insanguinando il Paese africano e le operazioni militari lanciate dagli
Usa con il nome di "Restor Hope", con l'appoggio di numerose nazioni
alleate, compresa l'Italia, per porre fine alla guerra interna e
ristabilire un minimo di legalità nel disastroso scenario somalo.
22
MARZO 1994 - La Procura di Roma apre un'inchiesta. .
4 LUGLIO 1994 - Il
padre della giornalista, Giorgio Alpi, parla di esecuzione, ricordando
che la figlia, poco prima di morire, aveva intervistato il sultano di
Bosaso e aveva annotato tutto su un taccuino poi scomparso. .
9 APRILE
1995 - Il sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogar, risulta tra gli
indagati quale mandante del delitto. La sua posizione sarà però
archiviata. .
20 MARZO 1996 - Il Procuratore capo di Roma, Michele
Coiro, affianca, nell'inchiesta, al dottor De Gasperis il dottor
Giuseppe Pititto. .
4 MAGGIO 1996 - Giuseppe Pititto dispone la
riesumazione della salma di Ilaria, l'autopsia e nomina consulenti
medici e balistici. .
25 GIUGNO 1996 - Per la seconda perizia balistica
il colpo contro Ilaria Alpi fu sparato a bruciapelo da una certa
distanza. Alla stessa conclusione arriva la terza perizia il 18
novembre 1997. Per i periti si trattò di un'esecuzione.
DAL NOVEMBRE
1996 la Procura della Repubblica di Asti, specializzata in reati come
il traffico internazionale di rifiuti tossici e radioattivi in partenza
ed in transito dall'Italia, ha a disposizione una copiosa
documentazione che contiene nomi e fatti, ed evidenzia numerose
circostanze legate a questi traffici, comprese le generalità dei
faccendieri che li dirigono nell'ombra, gli intrecci con i mercanti
d'armi e perfino la mappatura completa che dimostra come ai tempi
dell'omicidio tutto convergesse sulla Somalia, oltre che sui territori
di altri Paesi dell'Africa costiera. Questa documentazione sembra
scomparsa nel nulla, forse dimenticata anche dalla stessa Commissione
Parlamentare sul traffico dei rifiuti. Ilaria Alpi era già stata in
Somalia prima del 1994, e conosceva bene la situazione.
15 LUGLIO 1997
- Il Procuratore capo dottor Salvatore Vecchione avoca a sé
l'inchiesta, affiancato dal dottor Franco Jonta. Questa decisione
avviene due giorni prima dell'arrivo a Roma di due testimoni oculari:
l'autista e la guardia del corpo di Ilaria. L'arrivo dei due testimoni
era stato organizzato dal dottor Pititto con la collaborazione della
Digos di Udine.
12 GENNAIO 1998 - Viene arrestato per concorso nel
duplice omicidio il somalo Hashi Omar Hassan, a Roma da due giorni per
testimoniare alla commissione sulle presunte violenze dei soldati
italiani in Somalia. Hassan è identificato dall'autista di Alpi.
18
GENNAIO 1999 - Comincia il processo ad Hassan.
9 LUGLIO 1999 - Hassan è
assolto. Il pm aveva chiesto la condanna all'ergastolo.
24 NOVEMBRE
2000 - La corte d'Assise d'Appello di Roma condanna all'ergastolo Hashi
Omar Hassan. Il somalo viene riconosciuto come uno dei sette componenti
del commando che ha ucciso Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
10 OTTOBRE
2001 - La prima sezione penale della Cassazione annulla la sentenza
impugnata ''limitatamente all'aggravante della premeditazione e al
diniego delle circostanze attenuanti generiche''.
10 MAGGIO 2002 - Si
apre il processo d'appello bis davanti alla corte d'Assise d'Appello di
Roma presieduta da Enzo Rivellese.
24 GIUGNO 2002 - Il sostituto
procuratore generale Salvatore Cantaro chiede la conferma
dell'ergastolo per Hassan. ''È provato - afferma - che Hassan era uno
dei sette componenti del commando che attese Ilaria e Miran per due
ore''.
28 MARZO 2003 - Esce il film di Ferdinando Vicentini Orgnani "Il
più crudele dei giorni", con Giovanna Mezzogiorno nella parte di
Ilaria. Merito del film è quello di riportare l'attenzione sul caso
Alpi.
6 GIUGNO 2003 - Alla nona edizione del Premio Ilaria Alpi, a
Riccione, il deputato dei Ds, Valerio Calzolaio, annuncia di aver
depositato a nome di esponenti di tutti i gruppi parlamentari, da An a
Rifondazione Comunista, la proposta di istituire una Commissione
d'Inchiesta sull'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin .
31 LUGLIO
2003 - Viene istituita con deliberazione della Camera dei deputati la
Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran
Hrovatin.
21 GENNAIO 2004 - Si insedia la Commissione parlamentare
d'inchiesta. L'istituzione della Commissione parlamentare d’inchiesta è
giunta dopo dieci anni di verità sospese sulla morte di Ilaria Alpi e
Miran Hrovatin. Fino ad ora, infatti, sul caso è emerso solo qualche
brandello di verità ufficiale.
28 FEBBRAIO 2006- La Commissione
Parlamentare d'inchiesta ha chiuso i lavori. All'interno della
Commissione i deputati di maggioranza hanno approvato le conclusioni
proposte dal Presidente Carlo Taormina, mentre l'opposizione non ha
approvato il documento. I componenti di centrosinistra hanno prodotto
un Rapporto di Minoranza; mentre il deputato dei Verdi Mauro Bulgarelli
ha presentato una terza relazione sulle conclusioni a cui la
Commissione è giunta in due anni di lavoro.
AGOSTO-SETTEMBRE 2005- Per
tenere viva l'attenzione sul caso, nell'agosto e nel settembre 2005,
l'Associazione Ilaria Alpi/Comunità Aperta è andata in Somalia,
realizzando un viaggio sulle tracce di Ilaria e Miran. Dal viaggio sono
nati un reportage giornalistico e una mostra fotografica.
03 GIUGNO
2006 - L'Associzione Ilaria Alpi scrive al Presidente del Consiglio
Romano Prodi,affinchè il Governo si attivi per fare piena luce sulla
morte dei due giornalisti Ilaria Alpi e MIran Hrovatin.Segnalando che
nel corso della serata di apertura della XII edizione del Premio Ilaria
Alpi, il Presidente dela SOmalia Abdulhai Yusuf Ahmed ha riconfermato
la volontà del suo governo di collaborare con quello italiano
20 GIUGNO
2006 - Il Presidente del consiglio Romano Prodi riceve Giorgio e
Luciana Alpi. Romano Prodi si è assunto un "serio impegno" con i
genitori della giornalista Ilaria Alpi, per valutare le modalità e la
base per riavviare un ragionamento sulle circostanze della morte di
Ilaria e di Miran
18 LUGLIO 2006 - Dopo Romano Prodi,a nche il
presidente della Camera dei Deputati Fausto Bertinotti, ha ricevuto
Giorgio e Luciana Alpi. Il neo presidente della Camera ha confermato
l'interesse da parte del Governo per il caso Alpi-Hrovatin
25 GIUGNO
2007 - La Commissione Esteri del Senato della Repubblica sta valutando
e mettendo in evidenza gli elementi che motivano la costituzione di una
nuova commissione d'inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran
Hrovatin, ha udito Luciana Alpi e Mariangela Gritta Grainer in
rappresentanza dell'Associazione Ilaria Alpi
10 LUGLIO 2007 - Il Pm
Franco Ionta, titolare del procedimento sul caso Alpi/Hrovatin presso
la Procura di Roma, ha chiesto in data 12 giugno scorso l'archiviazione
del caso. L'impossibilità di identificare i responsabili degli omicidi
di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin al di fuori di Hashi Omar Hassan, il
miliziano somalo condannato a 26 anni di reclusione per il duplice
omicidio avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo 1994, sono le motivazioni
sostenute dal Pm

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traffici
di rifiuti e armi in somalia
link interessanti

http://www.peacelink.
it/ecologia/a/4747.html

http://www.archivio900.it/it/articoli/index.
aspx?c=841

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19 ottobre 2009 1 19 /10 /ottobre /2009 07:35

Più di un mese fa veniva scoperto, a seguito delle dichiarazioni del pentito Francesco Fonti, un relitto che potrebbe appartenere alla nave Cunsky fatta affondare nelle acque di Cetraro in Calabria: a bordo un grosso carico di materiale radioattivo. Pochi giorni fa le immagini dei bidoni arrugginiti, riprese dal robot sottomarino che ha raggiunto la nave.

La notizia ha destato molto clamore e ha permesso di accendere i riflettori su una delle pagine più inquietanti della cronaca italiana: le cosiddette navi a perdere. Eppure ancora poco si sa degli affondamenti di navi mercantili con carichi tossici.
Sui fondali marini del nostro paese pare ne siano state occultate decine: in particolare al largo della Calabria, nella zona ionica. Il quotidiano Calabria Ora ha ricostruito una sorta di mappa con tanto di coordinate di dove possano essere localizzate queste carrette dei veleni. Una trentina in tutto, che viste così, fanno pensare al disastri di un tringolo delle Bermude nostrano.

Si va dal cargo italiano Aso affondato a Locri nel 1979 con 900 tonnellate di solfato ammonico a bordo, al Koraline naufragato ad Alicudi negli anni '90 con cointainer di materiali radioattivi; passando per la Yvonne A, la Jolly Rosso, la Rigel, la Michigan, la Silenzio, la Andalusia, la Barbara, la Capt Petros, la Athina R e tantissime altre che partite di solito da porti mediterranei non sono riuscite ad allontarsi troppo dallo Stivale finendo misteriosamente in fondo al mare con il loro carico.

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16 ottobre 2009 5 16 /10 /ottobre /2009 15:45

Tradotto dallo spagnolo per Indymedia Italia da Teresa Baratta

Quando i militari honduregni, due settimane fa, rovesciarono il governo democraticamente eletto di Manuel Zelaya, probabilmente ci sarà stato un sospiro di sollievo nelle sale del consiglio corporativo Chiquita banana. All’inizio di quest’anno la compagnia fruttiera con sede a Cincinnati, USA, si unì all’azienda Dole nella critica al governo di Tegucigalpa che aveva aumentato il salario minimo del 60%. Chiquita lamentò che le nuove regole avrebbero colpito i proventi della compagnia, ed avrebbero fatto sì che i costi diventassero più alti che in Costa Rica: 20 centesimi di dollaro in più per produrre una cassa d’ananas e 10 centesimi in più per una cassa di banane, per essere esatti. Facendo i conti, Chiquita era preoccupata perché avrebbe perso milioni con le riforme salariali di Zelaya, dato che la compagnia produceva circa 80 milioni di casse d’ananas e 22 milioni di casse di banane all’anno.

Quando venne emanato il decreto sul salario minimo, Chiquita cercò aiuto e si appellò al Consejo Hondureño de Empresa Privada (COHEP). Come la Chiquita, il COHEP non era favorevole alle misure di Zelaya sul salario minimo. Amílcar Bulnes, presidente del gruppo, sostenne che se il governo avesse applicato l’aumento del salario minimo, gli imprenditori sarebbero stati costretti a licenziare, aumentando quindi la disoccupazione del Paese. Come principale organizzazione degli imprenditori in Honduras, COHEP raggruppa 60 associati impresariali e camere di commercio che rappresentano tutti i settori dell’economia honduregna. Come riportato nel suo stesso sito internet, COHEP è il braccio politico e tecnico del settore privato honduregno, appoggia gli accordi di commercio e fornisce “appoggio critico al sistema democratico”.

COHEP sostiene che la comunità internazionale non dovrebbe imporre sanzioni economiche contro il regime golpista di Tegucigalpa, perché peggiorerebbero i problemi sociali dell’Honduras. Nel suo nuovo ruolo di portavoce dei poveri dell’Honduras, COHEP dichiara che il Paese ha già sofferto terremoti, piogge torrenziali y la crisi finanziaria globale. Prima di castigare il regime con misure punitive, argomenta COHEP, le Nazioni Unite e l’Organizzazione degli Stati Americani dovrebbero inviare squadre di osservatori per valutare come le sanzoni colpirebbero il 70% degli honduregni che vivono nella povertà. Intanto, Bulnes ha espresso il suo appoggio al regime golpista di Roberto Micheletti e sostiene che le condizioni politiche in Honduras non siano favorevoli al ritorno dall’esilio di Zelaya.

Chiquita: da Arbenz a Bananagate

Non sorprende che la Chiquita si allei con forze socialmente e politicamente retrograde in Honduras. COLSIBA, l’organismo di organizzazione dei lavoratori delle piantagioni di banane in America Latina, sostiene che la compagnia fruttiera non abbia fornito i suoi lavoratori delle attrezzature di sicurezza necessarie e che abbia cercato di ritardare la firma di accordi salariali collettivi in Nicaragua, Guatemala e Honduras.

L’Organizzazione Latinoamericana dei Sindacati Bananieri, COLSIBA, paragona le condizioni lavorative infernali nelle piantagioni della Chiquita con i campi di concentramento. E’ un paragone fortissimo, che può però rappresentare in parte la verità. Le donne che lavorano nelle piantagioni della Chiquita in America Centrale lavorano dalle 6.30 della mattina fino alle 7 della sera, con le mani che bruciano dentro ai guanti di gomma. Alcuni lavoratori hanno solo 14 anni. I lavoratori nelle piantagioni di banane hanno denunciato che la Chiquita li espone nei terreni a DBCP, un pericoloso pesticida che causa sterilità, cancro e difetti congeniti nei bambini.

Chiquita, prima conosciuta come United Fruit Company e United Brands, ha avuto una lunga e sporca storia politica in America Centrale. Diretta da Sam “The Banana Man” Zemurray, United Fruit entrò nel business delle banane all’inizio del XX secolo. Una volta Zemurray osservò: “In Honduras, una mula costa più di un membro del parlamento”. Negli anni Venti la United Fruit controllava 263.000 ettari della miglior terra dell’Honduras, circa un quarto del terreno coltivabile del Paese. E inoltre, controllava le strade e le vie ferroviarie.

In Honduras, le compagnie fruttiere estesero la propria influenza su tutti gli aspetti della vita del Paese, inclusa la politica e le forze armate. Per la loro tattica venne loro affibbiato il soprannome di “polpi”. Coloro che non accettavano il gioco delle corporazioni venivano trovati spesso morti nelle piantagioni. Nel 1904, il comico O. Henry coniò il termine “repubblica delle banane” per riferirsi alla tristemente famosa United Fruit Company e alle sue attività in Honduras.

In Guatemala, la United Fruit appoggiò il golpe militare diretto dalla CIA nel 1954 contro il presidente Jacobo Arbenz, un riformista che cercò di realizzare la riforma agraria. Il rovesciamento di Arbenz portò a più di trent’anni di insicurezza e guerra civile in Guatemala. In seguito, nel 1961, la United Fruit prestò le proprie barche agli esiliati cubani spalleggiati dalla CIA che cercarono di rovesciare Fidel Castro nella Playa Girón.

Nel 1972, la United Fruit (ribattezzata United Brands) portò al potere il generale honduregno Oswaldo López Arellano. Tuttavia, il dittatore dovette rinunciare al potere dopo lo scandalo infame “Bananagate”, che riguardava bustarelle date dalla United Brands a López Arellano. Un giurato dell’accusa statunitense accusò la United Brands di aver corrotto Arellano con 1,25 milioni di dollari, con la promessa di ulteriori 1,25 milioni se il militare avesse accettato la riduzione delle tariffe doganali sull’esportazione di frutta. In seguito al Bananagate, il presidente della United Brands cadde da un grattacielo di New York, per un apparente suicidio.

Gli anni Go-Go di Clinton e la Colombia

La United Fruit si stabilì anche in Colombia e, durante le sue operazioni nel Paese sudamericano, sviluppò un’immagine non meno accidentata. Nel 1928, 3.000 lavoratori si misero in sciopero contro la compagnia per chiedere migliori condizioni di lavoro e aumenti salariali. La compagnia, inizialmente, rifiutò i negoziati, poi però cedette su alcuni punti meno importanti, e dichiarò che le altre richieste erano “illegali” o “impossibili”. Quando gli scioperanti rifiutarono di disperdersi, i militari spararono contro i lavoratori, uccidendone molti.

Si potrebbe pensare che la Chiquita abbia riconsiderato le sue politiche in materia di lavoratori dopo ciò che successe, ma alla fine degli anni Novanta la compagnia cominciò ad allearsi con forze insidiose, in particolare con paramilitari di estrema destra. La Chiquita li pagò fino a più di un milione di dollari. Per difendersi, la compagnia dichiarò che semplicemente pagava i paramilitari per ottenere protezione.

Nel 2007, la Chiquita pagò 25 milioni di dollari per mettere fine a un’indagine del Dipartimento di Giustizia su questi pagamenti. La Chiquita fu la prima compagnia nella storia degli Stati Uniti ad essere condannata per affari finanziari con un’organizzazione terrorista specifica.

In un processo contro la Chiquita, alcune vittime della violenza paramilitare affermarono che l’azienda istigava a commettere atrocità, inclusi terrorismo, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Un avvocato dei ricorrenti disse la relazione tra la Chiquita e i paramilitaria “riguardava l’acquisizione di tutti gli aspetti della distribuzione e della vendita di banane attraverso un regno del terrore.”

Di ritorno a Washington, Charles Lindner, direttore esecutivo della Chiquita, si occupava di corteggiare la Casa Bianca. Lindner era stato un grande finanziatore del Partito Repubblicano, però cambiò fazione e cominciò a donare denaro ai democratici di Bill Clinton. Clinton ricompensò Lindner fornendo un appoggio militare fondamentale del governo di Andrés Pastrana, responsabile della proliferazione degli squadroni della morte di destra. In quei giorni gli Stati Uniti davano impulso al progetto di libero commercio amichevole nei confronti delle corporazioni dell’America Latina, una strategia realizzata dal vecchio amico d’infanzia di Clinton, Thomas “Mack” McLarty. Alla Casa Bianca, McLarty fu Capo del Gabinetto e Inviato Speciale per l’America Latina. E’ un personaggio affascinante di cui tornerò a parlare tra poco.

La connessione Holder-Chiquita

Vista la storia poco pulita della Chiquita in America Centrale e in Colombia, non sorprende che la compagnia abbia cercato di allearsi in seguito con la COHEP in Honduras. Oltre ad intrallazzare con associazioni di imprenditori in Colombia, la Chiquita stabilì relazioni anche con aziende legali e importanti di Washington. Secondo il Center for Responsive Politics, la Chiquita pagò 70.000 dollari in mazzette alla Covington and Burling negli ultimi tre anni.

Covington è una potente impresa legale che da consulenze a corporazioni multinazionali. Eric Holder, attuale Fiscal General [Ministro della Giustizia], co-presidente della campagna di Obama ed ex Fiscal General aggiunto sotto Bill Clinton fu fino a poco tempo fa socio dell’azienda. Per la Covington, Holder difese la Chiquita come avvocato principale nel processo con il Dipartimento di Giustizia. Dall’alto del suo elegante ufficio nuovo a Covington, ubicata vicino all’edificio del New York Times a Manhattan, Holder preparò Fernando Aguirre, direttore esecutivo della Chiquita, ad un’intervista con “60 Minutes” a proposito degli squadroni della morte colombiani.

Holder fece sì che la compagnia fruttiera si dichiarasse colpevole dell’accusa di “avere transazioni con un’organizzazione esplicitamente identificata come organizzazione terrorista globale”. Però l’avvocato, che riceveva un considerevole salario alla Covington, dell’ordine dei 2 milioni di dollari, fece da mediatore per un accordo più dolce per il quale la Chiquita pagò solo 25 milioni di dollari di multa per cinque anni. Scandalosamente, tuttavia, nemmeno uno dei sei funzionari della compagnia che approvarono i pagamenti venne condannato alla detenzione carceraria.

Il curioso caso di Covington

Se si scava un po’ nella questione si scoprirà che la Covington non rappresenta solo la Chiquita ma serve anche da nesso per la destra politica che propugna una politica estera aggressiva in America Latina. La Covington mantenne un’importante alleanza strategica con Kissinger (famoso per il Cile nel 1973) e la McLarty Associates (sì, lo stesso Mack McLarty dei giorni di Clinton), un’azienda molto conosciuta a livello internazionale di consulenza strategica.

John Bolton fu socio della Covington dal 1974 e il 1981. Come ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite sotto George Bush, Bolton fu un critico feroce della sinistra latinoamericana rappresentata da personaggi come Hugo Chávez. Inoltre, John Negroponte diventò poco tempo fa vicepresidente della Covington. Negroponte è un ex segretario aggiunto di Stato, direttore dell’Intelligence Nazionale e rappresentate degli Stati Uniti in seno alle Nazioni Unite.

Come ambasciatore degli Stati Uniti in Honduras dal 1981 al 1985, Negroponte giocò un ruolo importante negli aiuti ai ribelli della Contra [i cosiddetti contras, ndt] spalleggiati dagli Stati Uniti che si proponevano di rovesciare il governo sandinista in Nicaragua. Vari gruppi per i diritti umani hanno criticato Negroponte per aver omesso i casi di violazione dei diritti umani commessi dagli squadroni della morte honduregni che furono finanziati e in parte addestrati dalla CIA. Sicuramente, quando Negroponte era ambasciatore, il suo ufficio a Tegucigalpa rappresentava uno dei maggiori centri nevralgici della CIA in America latina e decuplicò il suo personale.

Anche se non è evidente il vincolo tra la Chiquita e il recente golpe in Honduras, esistono sufficienti confluenze di personaggi sospetti e di politici influenti per giustificare un’indagine più approfondita. Dal COHEP alla Convington fino ad Holder, Negroponte e McLarty, la Chiquita ha messo amici in posti importanti, amici che non apprezzano le politiche salariali progressiste del governo di Zelaya a Tegucigalpa.

autore: 

Teresa Baratta

Da Arbenz a Zelaya: Chiquita (United Fruit) in America Latina

 

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15 ottobre 2009 4 15 /10 /ottobre /2009 12:38

Bruxelles, 14 ott. (Apcom) - L'Alto commissario Onu ai Diritti umani, signora Navi Pillay, ha duramente criticato l'Italia, oggi a Bruxelles, su tre diversi fronti: l'omofobia, le minacce alla libertà d'informazione e l'aggravante di reato per gli mmigrati clandestini, contenuta nel pacchetto sicurezza. Pillay, che ha parlato durante una conferenza stampa per l'apertura, nella capitale belga, del nuovo Ufficio Onu per i diritti umani nell'Unione europea, ha giudicato la bocciatura alla Camera della legge italiana anti omofobia come "un passo indietro", aggiungendo che per gli omosessuali "è necessaria una piena protezione". "In alcuni paesi - ha osservato - l'omosessualità è addirittura criminalizzata, ma non possiamo ignorare - ha detto - che in altri le minoranze omosessuali sono soggette non solo a violenze, ma anche a discriminazioni in vari aspetti della loro vita". Sempre guardando all'Italia Pillay ha osservato poi che l'aggravate di reato per i clandestini "è una discriminazione", delle persone non di nazionalità italiana o dell'Ue. "Per gli immigrati irregolari - ha sottolineato - non ci può essere una sospensione dei diritti umani. Per punire lo stesso reato, dovrebbero esserci le stesse regole per chiunque". l'Alto commissario Onu ha ricordato che il suo Ufficio aveva già sollevato il problema con l'Italia durante la discussione della bozza del pacchetto sicurezza, e ha avvertito: "Continueremo a fare lo stesso anche ora". In particolare, ha aggiunto, della questione si parlerà durante i contatti con la presidenza di turno svedese dell'Ue. Al cronista che chiedeva se questo significhi che l'Alto commissario chiederà ora all'Italia la modifica delle disposizioni di legge sull'aggravante di clandestinità, Pillay ha risposto: "Possiamo farlo". Sulla questione dei respingimenti dei clandestini in mare, invece, Pillay non ha voluto puntare il dito specificamente sull'Italia. "Ci sono altri paesi con problemi simili, che non riguardano solo le frontiere marittime, ma anche quelle terrestri", ha osservato. Sulla libertà di stampa, infine, l'Alto commissario ha dichiarato: "Stiamo sorvegliano ('watching', ndr) la situazione in Italia, come in ogni altro paese in cui la libertà d'informazione è minacciata", ha detto Pillay.

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13 ottobre 2009 2 13 /10 /ottobre /2009 10:23

Palermo. Venerdì scorso la guardia di finanza ha sequestrato 17 slot machine, del valore di 50 mila euro, dislocate presso una decina di esercizi commerciali tra Isola delle Femmine, Carini, Cinisi e Terrasini.

Le macchinette, intestate a prestanome, sarebbero riconducibili ai boss Lo Piccolo.
L’operazione delle Fiamme Gialle è stata eseguita al termine di una attività di indagine coordinata dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dai sostituti Francesco Del Bene e Annamaria Picozzi. Il tutto ha preso il via dall’esame dei pizzini rinvenuti il giorno della cattura dei Lo Piccolo il 5 novembre del 2007 nel covo di Giardinello. Nei pizzini erano stati annotati tutti i bar e le tabaccherie con il numero delle macchinette mangiasoldi installate. Le slot, secondo gli investigatori, fruttavano al clan circa 100 mila euro all’anno. Inoltre al vaglio degli inquirenti vi sono decine di lettere firmate da un certo “Spagna” (identificato in Fabio Micalizzi) che ogni mese faceva il rendiconto ai padrini delle entrate e delle uscite settimanali. In queste lettere vengono nominati anche altri due individui: “Mare”(non ancora identificato) e “Frutta” (Giovanni Botta).

 

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Presentazione

  • : Tutti contro.......!!!! by clod
  • Tutti contro.......!!!!  by clod
  • : La pressione dell’omologazione, l’egoismo altrui lo hanno spinto verso la più triste e irreversibile delle scelte Con lui si è chiusa l’epoca degli ideali della società nuova. Ora, in questa fase di passaggio, dove il ricordo di quegli ideali fluttua nell’aria, sta a noi restituire fiato alle travolgenti spinte del secolo scorso.
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