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18 maggio 2009 1 18 /05 /maggio /2009 11:54

Approvata la legge delega per l’attuazione del federalismo fiscale, inizia il confronto Stato, Regioni, enti locali che deve “dare i numeri”, quantificando gli effetti finanziari. Tra i protagonisti del confronto c’è il superministro Tremonti, che sull’argomento ha idee chiare. E davvero sorprendenti

E’ stato uno dei cavalli di battaglia in campagna elettorale del centro destra e soprattutto della Lega nord. Grazie anche ad una campagna stampa degna di miglior causa, è stato anche presentato come l’innovazione del secolo e la panacea di tutti i mali che affliggono l’Italia: l’autonomia finanziaria degli enti locali e delle regioni, o se preferite il Federalismo fiscale. Pochi giorni fa è stata approvata, dopo quasi un anno di incontri, mediazioni, emendamenti,  la legge delega.

LEGA DI  LOTTA, LEGA DI GOVERNO - Il governo era partito con propositi bellicosi: forse è passato di mente a molti, ma in campagna elettorale Roberto Calderoli tuonava che se non ci fosse stata la legge sul federalismo fiscale entro il 15 giugno (2008, naturalmente) la Lega avrebbe fatto sfracelli con le sue guardie padane. Esagerazioni da campagna elettorale, certo. Come la proposta contenuta nel programma elettorale del centrodestra, fatta approvare dal Consiglio regionale della Lombardia, che era una specie di federalismo fiscale in salsa lombarda. Una proposta talmente balzana che Roberto Calderoli e il centro destra, un minuto dopo avere vinto le elezioni, l’hanno buttata nella spazzatura, riesumando al suo posto (incredibile, ma vero!) la vecchia proposta del centrosinistra di Prodi. E già che c’era, Calderoli ha messo a cuccia le guardie padane ed indossato la grisaglia da ministro, girando l’Italia, lasciando qualche mancia ai vari gattopardi suoi amici. Qualcuno ricorda le “elargizioni” per i dissesti di Roma e Catania, mentre i sindaci del nord-est fanno i salti mortali per far quadrare i bilanci?

IL VERO VOLTO DEL GOVERNO - Per aiutarci a capire che il federalismo a cui si pensava era all’amatriciana, il primo provvedimento del governo Berlusconi è stato l’abolizione dell’ICI, ovvero la tassa federalista per eccellenza, quella che in tutti gli stati garantisce gran parte dell’autonomia finanziaria ai comuni. Un’idea geniale, che infatti ha lasciato molti sindaci in gamba letteralmente senza un euro, con la sola opzione di bussare cassa, con il cappello in mano, perché la promessa di restituire il maltolto con trasferimenti statali (una cosa che sta al federalismo come i cavoli a merenda) era solo una promessa da marinaio, pardon da Tremonti. Infatti, proprio nel cuore del nord est leghista, i comuni minacciano da tempo uno sciopero fiscale. Il secondo provvedimento del governo, con la “storica” manovra dei 9 minuti e mezzo, è stato il blocco delle tasse regionali, a cui si è aggiunto un “taglio” sulle spese per il 2009-2011 degli enti locali con il patto di stabilità interno stimati (perché i conti li faremo a consuntivo, e le sorprese non mancheranno!) di 18,4 miliardi di euro nel triennio, il 40% dei risparmi complessivi, mentre il governo centrale si è “auto-tagliato” in tre anni di 12,8 miliardi. Un vero federalismo, non c’è che dire!

LA LEGGE E‘ SOLO UN PRIMO PASSO! - Ma tornando al Federalismo fiscale, il testo della legge - come Giornalettismo ha già ampiamente spiegato - ha subito diversi annacquamenti ma è rimasta abbastanza equilibrata: prevede il finanziamento integrale per tutte le regioni di funzioni fondamentali come Sanità, Istruzione, Sociale e Trasporti, anche se limitata ai “costi standard” (il costo “giusto”, normale) relativi ad un non precisato livello essenziale uniforme, mentre per le altre funzioni si perequa solo in base alle diverse capacità fiscali, insomma, ci si dà un mano tra regioni ma fondamentalmente bisogna provare a fare da soli. Pur se non da buttare, la proposta nasconde alcuni difetti non lievi. Ne sono stati trovati moltissimi, ad esempio sulla scelta dell’Iva come tributo principe per la perequazione regionale. E di difficile applicazione in un paese con un dualismo tra nord e sud che non si risolve a colpi di machete, ma con equilibrio, raziocinio, senza però fare sconti all’assistenzialismo di ritorno. Senza dirli tutti, è soprattutto molto indefinita, perché rimanda le vere scelte - quelle che possono “far male” alle regioni, in un senso o nell’altro - ai decreti legislativi di attuazione: quindi non si sa se, quando e come le varie interpretazioni possibili al testo verranno sciolte nelle mediazioni Stato-Regioni-Enti Locali. Come dice Massimo Bordignon su La voce.info, “La legge delega è piena di buoni principi, molto vaga e contraddittoria in alcune parti. Comunque, richiederà diversi anni per essere pienamente applicata. E nel frattempo?

I “NUMERI” DEL FEDERALISMO - Nel frattempo - ma Bordignon lo sa benissimo - deve essere istituita la Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale di cui faranno parte tecnici di Stato, regioni, enti locali che sarà la “sede di condivisione delle basi informative finanziarie, economiche e tributarie, promuove la realizzazione delle rilevazioni e delle attività necessarie per soddisfare gli eventuali ulteriori fabbisogni informativi“. Tradotto in italiano: quella che dovrà dare i numeri del federalismo fiscale. Quella che dovrà sciogliere i nodi veri: quantificare i costi standard (solo quelli saranno “garantiti” per tutti), scegliere i livelli essenziali su cui calcolarli (è essenziale una tac per scoprire un calcolo renale? È essenziale il trasporto pubblico da Fiumicino a Spinaceto?). Non sarà un percorso facile e il ministro Tremonti ha già fatto capire di che pasta è fatto: nella Ruef, la relazione unificata per l’economia e la finanza, presentata pochi giorni fa ha dedicato al Federalismo Fiscale alcuni brevi cenni.

LE SORPRESE DI TREMONTI - Brevi, ma pesantissimi, come viene spiegato in dettaglio qui. Due in particolare dovrebbero far drizzare le antenne anche alle regioni ricche del nord. Il primo riguarda l’individuazione dei Livelli essenziali di prestazione, che è “una scelta di definizione degli standard minimi di servizio che, oltre agli aspetti tecnici, potrà riflettere anche più ampi obiettivi di politica economica.” Standard minimi? Nella lingua italiana la distanza tra minimo ed essenziale è la stessa che c’è tra Tremonti e una persona affidabile. Il secondo riguarda la quantificazione finanziaria dell’attuazione del federalismo fiscale. Dice il ministro che è “un’operazione molto complessa anche in considerazione dell’incertezza del relativo quadro di riferimento. Quindi non è possibile determinare ex ante le conseguenze finanziarie dell’intero processo, a causa dell’elevato numero di variabili che dovranno essere definite nei decreti legislativi di attuazione“. Abbiamo capito bene? Nel documento ci contabilità dello stato che non si sa che effetti finanziari avrà il federalismo. Ma allora non è una riforma storica. Non è la soluzione di tutti problemi. Non è il grimaldello per ridurre i costi dello stato, portando risparmi per 15-17 miliardi di euro, come vaneggia qualcuno. Potenzialmente potrebbe anche aumentare i costi, anziché essere un risparmio, anche se la legge prevede espressamente il contrario (non lo sa il ministro?). Ma se è così, che lo facciamo a fare? Per far cantare in coro a Ponte di legno le guardie padane

di Carlo Cipiciani (Comicomix

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  • : La pressione dell’omologazione, l’egoismo altrui lo hanno spinto verso la più triste e irreversibile delle scelte Con lui si è chiusa l’epoca degli ideali della società nuova. Ora, in questa fase di passaggio, dove il ricordo di quegli ideali fluttua nell’aria, sta a noi restituire fiato alle travolgenti spinte del secolo scorso.
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